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Fotografie per l'Africa dei Fotografi per Cuore

pubblicato 09 lug 2013, 09:53 da marco maraviglia   [ aggiornato in data 09 lug 2013, 13:54 ]

“Mal d’Africa” e fotografia con i Fotografi per Cuore, l'iniziativa di Tino Veneziano.

Tino Veneziano, classe 1961, fotografo di Roma, ha saputo unire la passione per la fotografia al suo incurabile “mal d’Africa”.
Al rientro da uno dei tanti viaggi nel Continente Nero si è chiesto cosa poter fare per aiutare almeno qualcuno di quei bambini incontrati durante la sua permanenza lì. Bambini a rischio di malaria, AIDS, denutrizione… Da solo non ce l'avrebbe mai fatta, ma insieme ad altri fotografi (inter)nazionali forse si. È nata così l'iniziativa Fotografi per Cuore, che rientra nel più ampio progetto Dream portato avanti da una ONG della Comunità di Sant’Egidio, che si occupa di assistere i bambini in 10 paesi africani, di curarli dall’AIDS e di combattere la loro malnutrizione.


Parliamo del progetto Fotografi per Cuore. Come e quando nasce l'idea, di cosa si occupa e dopo quanto tempo hai avuto le prime reali adesioni dei colleghi?

Fotografi per Cuore nasce nel gennaio 2012 dalla felice intuizione di fondere la passione per la Fotografia con quella per l’Africa. Credo che coinvolgere tanti fotografi su un tema così drammaticamente attuale come la solidarietà possa portare frutti buoni, perché fa bene a chi dona e soprattutto a chi riceve. Può sembrare una frase fatta, ma davvero si può fare molto con molto poco. Ad esempio basta donare una propria fotografia e devolvere totalmente il ricavato della sua vendita ad un progetto in favore dell'Africa, come fa Fotografi per Cuore. L'iniziativa ha avuto parecchie adesioni, vuoi per la curiosità che per la novità dell'idea, e da subito si è distinta per la sua originalità. 


È un'iniziativa aperta solo ai fotografi professionisti oppure possono parteciparvi anche i fotoamatori?

L'idea è nata da un gruppo di fotoamatori, ma Fotografi per Cuore è un progetto aperto a tutti, proprio perché chiunque, indistintamente, può dare il suo contributo. Perciò ci sono fotoamatori, professionisti e gente comune, tutti interessati ad un progetto di solidarietà che non vuole avere confini. Per noi ogni foto ricevuta è un piccolo mattone che aiuta a realizzare il nostro programma di interventi, e siamo molto grati a chi la regala e a chi la compra.

Come si può materialmente o anche tecnicamente contribuire al progetto?


Sulla nostra pagina Facebook si possono postare una o più foto al giorno (senza esagerare) e ogni mese le più interessanti vengono montate in un video che diffondiamo su YouTube. Da questa prima selezione scegliamo le più belle e allestiamo una mostra fotografica che generalmente è composta di una sessantina di stampe nel formato 50x70cm, che a nostro avviso è la dimensione minima per un buon risultato visivo. E per far “toccare” con mano la finalità del progetto insieme a queste mostre collettive c’è sempre una mia "personale" con le foto scattate nei centri Dream.

Quindi partecipare al vostro progetto può diventare anche una vetrina per il proprio lavoro?

Si, attraverso le mostre vogliamo anche valorizzare gli Autori, chiunque essi siano. A noi interessa la fotografia, non certamente il nome di chi l'ha fatta. Ovviamente i criteri di selezione sono incentrati sulla qualità generale dell'immagine, ma è soprattutto l’emozione che suscita lo scatto a farci decidere quale esporre e quale no. Insomma, le immagini che proponiamo al pubblico devono “arrivare” dritte al cuore. Noi le chiamiamo "i nostri battiti”.

Realizzare mostre e promuoverle, produrre pubblicazioni e stampare il materiale informativo ha dei costi spesso elevati, soprattutto quando si punta alla qualità. C'è qualcuno che vi finanzia o è tutto prodotto in forma autonoma?

Purtroppo non c’è nessuno che ci finanzia e le spese sono sostenute dal gruppo degli amministratori. I ricavi extra, come quelli ottenuti dalla vendita delle fotografie donate, sono interamente utilizzati per sostenere il Programma Dream in Africa, che si occupa dei centri di cura per l’Aids, dei Centri Nutrizionali in cui vengono accolti i bambini malati o rimasti orfani a causa del virus e, a seconda delle esigenze, anche di adozioni a distanza che avvengono sempre presso i centri Dream. Nel frattempo abbiamo costituito un'associazione no-profit che inizierà ufficialmente le sue attività nel prossimo settembre, e lì speriamo di avere qualche introito in più dai tesseramenti.

Che genere di problemi si incontrano per cercare di dare un proprio contributo in iniziative del genere? Burocratiche, logistiche…

Ovviamente ce ne sono tante, ma la cosa più odiosa è che dell’Africa importa poco o nulla con sentimenti molto discordanti ma tutti profondamente sbagliati: un "afro pessimismo" legato al problema dell'immigrazione clandestina, una visione ipocritamente buonista del problema che può essere riassunta nella frase “vabbè dai, sfamiamo il negretto”, il razzismo del “se la sono cercata loro”… Ovviamente ci sono mille e più sfumature, ma abbiamo notato che parlare di Africa è sempre difficile, al punto di scoprire dei pregiudizi ben consolidati anche nelle persone che dovrebbe aiutarti a risolvere i problemi pratici. Ma noi siamo testardi e andiamo avanti. Non certo per noi stessi, ma per i bambini che conosciamo e ai quali non diremo mai "sai, oggi non mangi perché quel tizio non ha capito di cosa parlavamo."

Le iniziative umanitarie o di beneficenza incontrano spesso la diffidenza della gente. Molti vorrebbero dare un contributo economico, e di cause giuste ce ne sono a centinaia, ma poi rinunciano perché non sono convinti che i soldi dati verranno spesi tutti e bene, e questo è un pregiudizio molto diffuso. Avete un sistema comprensibile e trasparente che dimostri l'uso del denaro raccolto? Sarebbe un buon incentivo per chi vuole sostenervi.

È vero. C'è moltissima gente che ne approfitta, e ciò danneggia chi lavora per fare vera solidarietà. Noi siamo assolutamente trasparenti, e tutte le nostre entrate, con le relative ricevute dei versamenti, sono pubbliche e vengono pubblicate. Va detto che la Fondazione Dream è una ONG della Comunità di Sant’Egidio e che nel 2002 abbiamo avviato in Mozambico un progetto di cura all’Aids. Da allora siamo presenti in dieci nazioni africane con trentadue Centri di cura composti da ambulatori e con diversi Centri Nutrizionali per i bambini. Per ogni azione svolta, dalla mostra fotografica tesa a raccogliere fondi e fino agli interventi in terra africana, diamo sempre conto di ciò che è stato fatto, di quanto è stato raccolto e di come e dove è stato utilizzato il denaro, sempre con la pubblicazione delle relative ricevute di versamento. E grazie ai reportage fotografici dei luoghi o delle persone curate nei nostri centri dimostriamo e certifichiamo il lavoro svolto.

Per sopravvivere ad una crisi economica è necessario risparmiare su ogni fronte e soprattutto su ciò che viene considerato superfluo. Negli ultimi tempi gli aiuti al progetto Fotografi per il Cuore hanno subìto una flessione o sono rimasti invariati?

La crisi economica “morde” tutti e quindi ha morso anche noi. Si, le donazioni a Dream sono sostanzialmente diminuite e oggi siamo al minimo storico. È anche per questo motivo che ho pensato di reperire fondi in questo modo, perché se il morso della crisi qui da noi riguarda un mondo opulento in Africa no, lì il morso è della fame, della disperazione, del veder dimagrire se stessi e i propri figli consumati dalla malattia e dalla povertà totale.

Però il progetto Dream non è disperazione ma speranza, e curare e nutrire quella gente è l’unico modo per contribuire a sollevare la loro economia. Star bene in salute significa poter lavorare e quindi creare opportunità di sviluppo. Ho conosciuto diversi casi di malati in cura da noi che, una volta guariti, sono tornati ad una qualità di vita eccellente riuscendo a lavorare e a sostenere tutta la sua famiglia. E la famiglia africana, come è noto, non è composta solo dai genitori e da un figlio.

In realtà sembra che tu abbia abbandonato l’attività di fotografo in senso stretto e ti stia occupando solo di questa importante iniziativa.

Non sono mai stato un professionista, o almeno ho o mai fotografato in tal senso, ma ho sempre avuto questo amore per la fotografia che fa sostanzialmente parte della mia vita. È una passione forte, quasi viscerale, del “vedere” e del “sentire”. Non potrei immaginarmi senza. Ma è vero, Fotografi per Cuore per me è diventato importante, direi essenziale. Direi che è una missione personale.

Puoi dirci cosa ne pensi delle mostre di fotografia di alto livello, quelle dei grandi autori?

I grandi Autori sono dei punti di riferimento. Non bado tanto al nome, che per me conta poco, quanto alle potenti emozioni che le loro immagini trasmettono, alla loro lettura del Mondo e della realtà. Io faccio del reportage e vedere le fotografie realizzate dai grandi reporter è come respirare la fresca brezza del mattino, e il mio vedere e il mio sentire si nutrono anche del loro lavoro. Quando le opere sono grandi allora ci entro dentro, ne faccio parte, le vivo, diventano parte di me.

Insieme al battito solidale che ho per Fotografi per Cuore c’è n’è un altro, immenso e alimentato dagli ampi orizzonti che la grande fotografia ci propone. Penso, perciò, che queste mostre, quando possibile, vadano sempre viste, anzi, vissute. Ad esempio Sebastião Salgado. Capire il suo lavoro è immediato, ma per assaporarlo fino in fondo bisogna andare oltre, fino ad assimilarne il messaggio profondo perché diventi parte di quell'unico immenso battito che comunemente e con superficialità chiamiamo Vita. 

Avresti mai immaginato che un giorno la tua strada sarebbe così radicalmente cambiata?

La mia strada è cambiata tante volte, e ogni volta mi ha portato su orizzonti nuovi. Certamente il viaggiare mi ha aperto la mente e il cuore. E poi l’incontro con l’altro, con le culture diverse e tanto lontane dalla nostra… Ma no, questo non mi stupisce! la mia è una vita in progress, soprattutto da quando ho aderito alla Comunità di Sant’Egidio nel lontano 1979. Da allora sono stato educato alla pace e alla solidarietà, a comprendere e ad amare la complessità del mondo. E poi lungo la mia strada ho incrociato gli occhi dei bambini. Se ho un pregio, forse è quello di non essermi voltato il capo dall'altra parte e dire o pensare "tanto non si può fare niente…"

C'è qualcosa che rimpiangi dell’attività di fotografo?

Nulla. Morirò fotografo.