Silenzio e Fotografia

pubblicato 15 dic 2011, 08:40 da marco maraviglia   [ aggiornato in data 21 feb 2015, 12:13 ]



E' riconosciuto che il silenzio è fonte di produttività creativa e fotografare in silenzio e in solitudine è una delle prerogative dei fotografi di viaggio.


Il silenzio è creativo

Il silenzio diventa per gran parte della propria vita un terreno che viene seminato e coltivato costantemente da pensieri, riflessioni, sogni a volte anche impossibili. Senza distrazioni. Senza rumori. Il silenzio implica una maggiore elaborazione della percezione di se stessi e quindi della conoscenza più profonda delle proprie capacità, con un dialogo introspettivo costante.

L’elaborazione connessa tra visioni del mondo esterno e quelle della propria mente porta alla maturazione di un immaginario visualizzabile attraverso forme e contenuti. La Polis greca, massima espressione della città democratica a misura d’uomo, nasce dalla meditazione filosofica. Un’opera d’arte, in fondo. Meditazione creativa che nasce dalla riflessione. Riflessione che nasce dalla concentrazione. Concentrazione che è possibile con il silenzio. Il silenzio è creativo. Ma il silenzio, per essere creativo, deve essere percepito come tale. Percepire il silenzio, ascoltare il silenzio è un esercizio che prevede la capacità di mettersi a nudo con se stessi, il coraggio di esplorare nella propria anima come Francisco Goya e i suoi “fantasmi”, il coraggio di non porsi limiti al pensiero mirando magari all’impossibile facendo proprio il “cogito ergo sum” di Cartesio o il "Solo quelli che provano a raggiungere l'assurdo, otterranno l'impossibile" di M.C.Escher.

Immaginiamo di tapparci le orecchie in mezzo a una piazza trafficata. Saremmo indotti ad osservare in maniera più approfondita ciò che osserviamo per compensare il deficit forzato.
Il senso della vista concentrerà maggiormente l’attenzione sui dettagli di tutto ciò che ci accade intorno.
Allora noteremmo lo sbadato che rientra in negozio capendo che ha dimenticato qualcosa, il resto, la carta di credito o l’ombrello. Il bambino che si macchia la maglia col gelato e accompagneremmo con gli occhi la prevedibile azione della madre che tira fuori un fazzolettino per pulirlo. Capiremmo, anche se con approssimazione, il tipo di reazione dell’automobilista avvicinato da un vigile urbano perché in divieto di sosta. Perché concentreremmo maggiormente l’attenzione sulle espressioni dei volti, riuscendo a carpirne con l’esercizio, ogni lieve vibrazione mimico-facciale che difficilmente possono nascondere rabbia o gioia o altre sensazioni.

Il metodo suddetto non è poi così lontano da quello di poeti e scrittori, da artisti in genere che, seduti a un tavolino di un caffè, in silenziosa solitudine, osservano oculatamente nei dettagli, il microcosmo oltre di loro e facendo nascere opere letterarie rimaste nei classici. Dove personaggi descritti in maniera tanto dettagliata possono sembrare realistici, veramente esistiti, ma che invece non sono che il risultato di una fusione di caratteri di più persone, tratti dalla vita reale per creare “quel personaggio” della finzione letteraria o cinematografica.

"La solitudine confina con territori che possono aiutarci a esprimere meglio la nostra identità" spiega Antonio Lo Iacono, psicoterapeuta. "Pensiamo alla nostalgia e alla malinconia, segno di una particolare intelligenza e sensibilità. Entrambe possono produrre effetti stimolanti sulla creatività.”

Thomas Mann
scriveva: "La solitudine fa maturare la creatività, l'arte, la poesia".

E basta pensare a quanti scrittori, poeti, filosofi e pittori sono stati grandi solitari, da Giacomo Leopardi a Emily Dickinson, da Reiner Maria Rilke a Friederich Nietzsche, per capire che l'autore di La morte a Venezia ha detto il vero. "Isolarsi offre l'opportunità di potenziare le proprie facoltà mentali, dalla concentrazione all'attenzione, alla capacità di risolvere i problemi e di mettersi alla prova" spiega Maria Miceli, ricercatrice del Cnr. "La presenza di altre persone, inevitabilmente, tende a deconcentrarci. In più, ci impone il compito, che svolgiamo in modo spesso inconsapevole, di presentare di noi un'immagine accettabile".

Ma quanto occorre stare soli per mettere a frutto il tempo per se stessi? Glenn Gould, famoso pianista canadese che visse quasi un'intera vita lontano da tutti tanto da decidere di non dare più concerti ma incidere solo dischi, sembra che un giorno abbia detto: "Non so dire quale sarebbe la giusta proporzione, ma ho sempre avuto una sorta di intuizione, che per ogni ora passata in compagnia di un altro essere umano si ha bisogno di un numero indeterminato di ore da soli".


Alcune caratteristiche di percezione visiva di un fotografo allenato al silenzio 

  • Percepisce lampi di fulmini di durata più breve rispetto alla media 
  • Individua una gamma più ampia di sfumature di colore in un’immagine 
  • Interruzioni sinaptiche alterate o annullate 
  • Luce: ombreggiargli gli occhi con la mano mentre dorme gli provoca il risveglio 
  • Prevede ciò che sta per avvenire attraverso la lettura dei movimenti 
  • In un ambiente, su una scrivania, si accorge facilmente se qualcosa è stato spostato 
  • Individua il “fuori posto” con facilità, ovvero se c’è o meno nesso tra un oggetto ed altri 
  • Nel lavoro è spesso maniacalmente attento ai dettagli 
  • Nota subito quando una persona è mancina (quando scrive ovviamente) 
  • Ha spiccata capacità associativa 
  • Ha un tempo di risposta rapido di fronte a un’azione improvvisa 
  • Coglie naturalmente lo stato d’animo delle persone attraverso il loro movimento lo sguardo e la mimica facciale
Il silenzio dunque non solo aumenta la soglia di percezione visiva di ciò che ci è intorno come fotografi, ma aiuta ad essere maggiormente creativi.
C'è un libro interessante in merito che tratta del silenzio creativo degli artisti sordi nella storia, quelli che non hanno bisogno di tapparsi le orecchie come l'esempio di cui sopra, per intenderci:

Il colore del silenzio. Dizionario biografico internazionale degli artisti sordi
L’arte dei sordi un tesoro da scoprire, una risorsa da valorizzare”, così inizia il libro, un volume che per la prima volta raccoglie un’ampia documentazione biografica e iconografica relativa agli artisti sordi italiani e stranieri. Si tratta di un dizionario che racconta le storie di 230 artisti tra italiani e internazionali, dal ‘400 ai giorni nostri. Incisori, fotografi, pittori, scultori, realizzatori di fumetti, inclusi il Pinturicchio detto “il sordicchio” che comunica agli analfabeti e ai deficitari linguistici attraverso le sue immagini. Molti i personaggi nei suoi quadri che parlano con le mani.