The Show is over. Vita da free-lance negli anni '90.

pubblicato 03 mar 2012, 07:13 da marco maraviglia   [ aggiornato in data 03 mar 2012, 07:14 ]

Fino agli anni '90, quando c'era ancora la pellicola i fotografi free-lance riuscivano a crearsi un proprio territorio professionale basandosi su alcuni trucchi di approccio.


The Show is over

Nulla è più come prima

Quando si lavorava ancora con pellicola, molti fotografi sviluppavano e stampavano nella propria camera oscura le foto perché era complicato far capire a un laboratorio esterno che non dovevano avere il giusto contrasto perché i quotidiani richiedevano immagini piatte, senza neri intensi, coi bianchi leggermente grigi. Erano le esigenze tecniche redazionali dei giornali che dovevano essere rispettate e la qualità artistica doveva andarsi a far benedire.

Negli anni ’90 era entusiasmante fare questo tipo di lavoro che avevo intrapreso per conto mio senza che nessuno mi avesse indirizzato. Avevo la grinta che mi consentiva di menarmi in piccole avventure in territori che non conoscevo.
Erano gli anni del cosiddetto nuovo rinascimento napoletano, c’era un gran fermento culturale, il nuovo cinema partenopeo, il centro sociale Officina ’99, sbancavano gli Almamegretta, concerti in ogni luogo della città, il Maggio dei Monumenti… C’era parecchia roba interessante da fotografare, insomma.

Ero probabilmente il fotografo più presente ai concerti che si svolgevano in città. Tutti i managment artistici mi conobbero presto e non avevo difficoltà nel farmi accreditare per concerti dove il numero dei fotografi accettati era limitata.
Come sempre ero quello che arrivava in anticipo all’evento e ciò mi consentiva di infilarmi nei backstage e poter realizzare scatti che nessun altro avrebbe potuto avere. Sì, qualche volta eludevo la security spacciandomi per un amico di Lorenzo (Jovanotti) o con la scusa di dover parlare con un direttore artistico. Chi non risica non rosica (chi non rischia non mangia), si dice da queste parti. E mi è sempre andata piuttosto bene.

Non avevo alcun contratto con agenzie fotografiche e tantomeno coi giornali, ero un free-lance. Indipendente. E non mi mettevo ansia nel sviluppare le pellicole e stampare le foto la notte stessa per portarle subito ai giornali. Forse perché sapevo che anche se non ero primo ad arrivare nelle redazioni, avrei comunque piazzato le mie foto perché erano diverse, più personali rispetto allo standard. Non poteva essere altrimenti per le conoscenze di cultura dell’immagine che avevo acquisito attraverso i miei studi da autodidatta fatti durante gli anni ’80 nel campo pubblicitario e che furono coronati dalla qualifica di Tecnico Pubblicitario con l’esame che sostenni nel 1988.

Scattavo con la mia Nikon F2 su pellicola T-Max3200 della Kodak. Ero molto selettivo nella scelta delle foto dai provini che effettuavo. Stampavo solo il top che mi era riuscito di fare. La mia camera oscura era allestita nella stessa stanza in cui dormivo e ricordo che d’Inverno, quando finivo di stampare la sera prima di andare a dormire, non aprendo la finestra per far uscire le esalazioni dei sali del fissaggio e dell’acido citrico, mi svegliavo all’indomani con la gola irritata. Chi non risica non rosica…

La parte più bella di quel lavoro, non era tanto quella di entrare in contatto con gente di spettacolo, scherzare con loro, sedurla con simpatia per ottenere qualche foto esclusiva e magari anche litigarci, ma ritrovarsi poi coi responsabili degli uffici-foto dei quotidiani che scorrevano le foto sulla scrivania per scegliere quali acquistare.
Ogni foto che mettevano da parte, facevo il conto del guadagno ed era una libidine.
All’epoca una foto veniva pagata da un quotidiano dalle 20mila lire (Il Manifesto) alle 150mila lire (il Corriere della Sera). Non ero giornalista, ma avendo una mia Partita IVA potevo esercitare comunque quel tipo di attività. Anche oggi non sono giornalista, ma questa è un’altra storia.

Le cose andavano benino, per ogni viaggetto tra Roma e Milano incassavo, tolte le spese di viaggio, circa 400-600mila lire che servivano per arrotondare con gli altri lavori che svolgevo a Napoli: servizi per convegni, foto di archivio per le agenzie pubblicitarie…
Verso la fine del 1999 tutto cambiò.
Iniziò una crisi editoriale e non solo.

I fotografi da Roma a salire si erano attrezzati con fotocamere digitali o con scanner per digitalizzare le immagini che producevano in analogico e le redazioni iniziavano a ricevere le foto via e-mail (all’epoca via ISDN o FTP) penalizzando chi ancora non si era aggiornato.
Ma non era tutto. Accadde infatti che furono stesso i managment artistici che, vedendo che in tempi di crisi editoriale i giornali non pubblicavano foto decenti dei loro artisti, inviavano gratis nelle cartelle-stampa 4-6 foto. A costo zero. Un’operazione di marketing che faceva bene alle produzioni e ai giornali ma non certo ai free-lance.

Ricordo l’ultima volta che andai a Roma con le mie foto. Il Tempo, La Repubblica, Il Manifesto, Liberazione… tutti presero meno foto del solito. Arrivato alla portineria dell’Unità, il custode blindato dietro a un vetro anti-proiettili non mi voleva far salire. Feci un gran casino per farmi ricevere e alla fine salii all’ufficio-foto. Il responsabile era cambiato e mi spiegò che si erano “informatizzati” e pertanto non ricevevano più i fotografi fisicamente. Tutte le foto che andavano a pubblicare di volta in volta, le ricevevano via e-mail o via FTP.

Prevedevo questo cambiamento. Sapevo che prima o poi saremmo entrati nell’era del digitale. Lo intuivo già da prima che nascessero le fotocamere digitali. Già da prima che negli anni ’80 si affacciasse internet. Perché pensavo che non era possibile che alla soglia del 2000, per inviare una foto a una redazione di un giornale, si dovessero utilizzare ancora gli spedizionieri, i pony-express. Ricordo quando feci una questione con uno dei tanti rappresentanti di fax che telefonavano in studio per propormene uno nuovo ed io dissi che di nuovo poteva esserci solo la possibilità di poter trasmettere una foto nitida e non con effetto foto-copia, come fosse una sorta di Telex a basso costo. Mi risposero che ero un pazzo. No, dissi io, applicavo semplicemente il concetto cartesiano “cogito ergo sum”. Tutto è possibile nel momento in cui si immagina.

Nella foto in alto, Lionel Hampton nei camerini del Teatro Mercadante di Napoli.